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09.07.2012 - di Franco Casalone

Prodigi autofiorenti

Viaggio al centro dello strain più veloce e controverso

Da alcuni anni si trovano sul mercato cannabico nuove varietà di cannabis dette “autofiorenti”, perchè entrano in fase di fioritura indipendentemente dal fotoperiodo (la durata del giorno e della notte). Normalmente le diverse varietà di canapa hanno una risposta diversa alla durata del ciclo luce/buio, ma quasi tutte hanno una fase di sviluppo vegetativo in cui una maggiore durata della luce favorisce una maggiore fotosintesi ed una maggiore formazione di materiale vegetale, radici, fusto rami e foglie.

Con l’accorciarsi delle giornate (una decina di giorni dopo il solstizio d’estate) e l’allungarsi delle notti, le diverse varietà di canapa iniziano la fioritura. In genere, notti più lunghe di 10 ore favoriscono l’inizio della fioritura, mentre periodi di buio più corti impediscono che la pianta produca gli ormoni necessari ad attivare la formazione di organi riproduttivi. Un’eccezione a questa regola sono le piante di canapa cosiddette “ruderalis”, adattate ad un clima freddo e con estati corte (nord Europa, Russia, Canada, ma anche Marocco: le marocchine da kif, landrace che si riscontrava comunemente nel Rif prima di 30 anni fa, cominciavano a fiorire all’inizio di giugno…), dove devono terminare la maturazione dei semi nelle migliori condizioni climatiche per permettere materiale fertile per potersi riprodurre. Le vere “ruderalis” hanno un ciclo di vita breve, da 45 a 90 giorni al massimo, rimangono piccolissime, senza rami e con poca resina. Ma hanno un carattere che le rende vincenti in climi estremi. Questo carattere è facilmente trasmissibile anche agli incroci di altre varietà con la “ruderalis”, facilmente riconoscibile (le piante fioriscono senza cambi nel fotoperiodo) e riproducibile nelle generazioni successive. Questo proprio perché è un carattere che garantisce una più facile sopravvivenza. 

Il primo incrocio (commerciale) di “ruderalis” con indiche dal ciclo molto breve ha prodotto il primo strain “autofiorente” con una buona psicoattività: la famosa Lowrider, strain di base per la creazione della maggior parte delle varietà autofiorenti oggi sul mercato (ho sentito anche dire che era stato usato il leggendario strain degli anni ’80, il Willie Wonder, di maturazione tanto veloce da equipararlo ad una autofiorente…).

Le prime generazioni di questo strain davano piante molto rapide nella maturazione – meno di 2 mesi dal seme al raccolto – ma con una resa molto bassa: al massimo 10 grammi di infiorescenze essiccate e pulite per pianta. Il miglioramento genetico di molti appassionati ha fatto sì che oggi esistano le “sorelle” autofiorenti di numerose varietà “grandi” e molte varietà a sé stanti. Con un piccolo incremento nel tempo di crescita e maturazione (al massimo comunque tre mesi in totale) si hanno rese, per metro quadrato, comparabili a quelle normali delle varietà “grandi”, a ciclo molto più lungo. Non è raro vedere autofiorenti che superano l’etto di raccolto per pianta. Nella ricerca di miglioramento, anche il gusto selvaggio dei primi strains è stato cancellato, e l’effetto immediato di tante autofiorenti può essere decisamente piacevole, oltre che di solito piuttosto forte, anche sul piano fisico. Tant’è che l’ultima Cannabis Cup italiana è stata vinta proprio da uno strain autofiorente: la Fast Bud di Sweetsseeds. 

Queste piante, per la velocità di sviluppo dei vari organi, richiedono cure diverse da quelle normali, vediamo nel dettaglio quali sono.

Innanzitutto ricordiamoci che sono piante dal ciclo molto veloce. Se da una parte questo comporta una serie di vantaggi per il coltivatore, dall’altra al coltivatore stesso è richiesta un’attenzione ed una precisione negli interventi decisamente maggiori che con varietà a ciclo normale. Ogni piccolo sbaglio da parte del coltivatore o problema sofferto da parte della pianta, si tradurrà in un mancato sviluppo di tutte o di parte delle sue componenti vegetali, e quindi in un raccolto deludente. 

Consideriamo che, a maturazione, le autofiorenti occupano uno spazio molto più ristretto di una pianta normale. Quindi potremo avere molte più piante nella stessa area: le piante ideali per un “sea of green”… Se, ad esempio con strain normali da seme potremo avere una buona resa con una, fino a  4-5 piante per metro quadrato, con le autofiorenti potremo tranquillamente avere da 9-16 fino a 25-36 piante al metro quadrato (dipende dalla grandezza raggiunta dallo strain usato: più grandi, meno piante).

Proprio perché non è una necessità cambiare il ciclo luce/buio e si tende con questi strains ad avere una durata della notte costante, le autofiorenti facilitano di molto la possibilità di avere un raccolto continuo: se spuntano maschi, se le piante hanno qualunque tipo di problema, basta sostituirle con nuove e continuare senza cambiare nulla. 

La richiesta di luce è discretamente alta, non come per una sativa, ma almeno intorno ai 50-60000 lumen/m² in fioritura. Le ore di luce possono essere costanti, ma in genere si usa un ciclo continuo di 18 o 16 ore di luce e 6-8 di buio. Alcuni grower partono con 24 ore di luce continua, per poi ridurle a 18 in fioritura. Sconsiglio di lasciare le piante per un periodo superiore ai primi 15 giorni con un’illuminazione continua, perché si rischierebbe un accumulo di sostanze tossiche che le piante dovrebbero poter eliminare nel periodo di buio. Non serve molto qui cambiare lampada, dall’MH all’HPS, in fioritura: le HPS “agro” sono ideali dall’inizio alla fine del ciclo (dopo comunque una decina di giorni con fluorescenti, per non bruciarle da piccole). Buona norma sarebbe aumentarne la potenza per la fase di fioritura. Si può usare il bulbo MH negli ultimi giorni, per favorire gusti e aromi più dolci. 

Se all’aperto, i mesi migliori e che garantiscono le rese maggiori sono quelli con la maggior quantità di ore di luce: maggio, giugno, luglio e agosto. Una buona esposizione, con almeno 7-8 ore di sole diretto, è anche indispensabile per una buona resa. La vicinanza da terra delle sommità fiorite e delle foglie e la compattezza (in genere) delle cime, rendono le autofiorenti sensibili alle muffe (botrite e oidio). Se coltivate in interni, in un ambiente pulito e sterilizzato prima dell’inizio della coltivazione (e mantenuto pulito durante, ovviamente), una continua ventilazione, un controllo giornaliero per evitare ristagni di acqua sotto i vasi ed il mantenimento di valori di umidità relativa dell’aria sotto il 50% sono le prime misure per evitare problemi. 

Se outdoor, non scegliete un microclima troppo umido e non ammassate troppe piante in poco spazio, non lasciate che la vegetazione circostante le soffochi o le copra oscurandole, mantenete il terreno umido ma non zuppo d’acqua. E soprattutto non usate nessun prodotto antimuffa sulle infiorescenze! Eliminate subito le parti colpite e cercate di allontanare al più presto le piante infette da quelle sane. 

Le autofiorenti, nonostante la piccola taglia hanno grandi esigenze di terreno disponibile. Molte di loro, non appena raggiungono il fondo dei vasi o uno strato di terreno duro, iniziano la fioritura. Se quindi non si vogliono piante piccolissime, conviene dar loro da subito una buona possibilità di crescita: vasi stretti e alti (minimo 15 cm.) per la semina, con un terriccio specifico da semina e professionale. Quando le piante saranno all’inizio della fioritura, che si avrà dopo 20- 30 giorni dall’emergenza del seme dal terreno, faremo un solo trapianto: se in vaso con contenitori da almeno 15 litri (più grandi, fino a 30 litri, garantiranno un maggior raccolto); se in terra fate una bella buca, profonda almeno mezzo metro, e riempitela di terriccio soffice e ben ricco di nutrimenti rapidamente assimilabili.

Siccome sono piante delicate, proprio per il loro ciclo breve hanno bisogno di non aver problemi durante tutto il ciclo, altrimenti questo andrebbe a discapito di un raccolto soddisfacente. Per questo è importante usare materiali e prodotti di sicura efficacia, e non accontentarsi di quelli che possono avere un costo minore ma di cui non si è certi della qualità. Ad esempio, non usate MAI terricci comprati al supermercato, generici e di bassa qualità rispetto agli stessi in vendita nei negozi specializzati. 

La richiesta di nutrimenti delle autofiorenti si può paragonare a quella di una pianta di medie dimensioni, soltanto che i tempi sono accelerati, e le piante, se soggette ad una carenza o un’inizio di overdose non avranno quindi il tempo di riprendersi e recuperare i loro ritmi senza grossi problemi. Anche un errore nel dosaggio dei nutrimenti può far avere un raccolto insufficiente.

Dopo la prima irrigazione con sola acqua, cominciate subito a nutrire le piantine con un concime per la crescita, e continuate ad usarlo fino alla seconda settimana di fioritura, alternandolo, dall’inizio della fioritura, ad uno specifico per questa fase, che continuerete ad usare fino a non più di 15 giorni prima del raccolto e a cui aggiungerete un “fine fioritura” per un paio di settimane. Negli ultimi 15 giorni (anche di più, se si sa pazientare) si dovrà fornire alle piante solo acqua, per lavarle da gusti indesiderati di fertilizzante.

Se vedete le piante diventare di un verde più scuro, quasi sicuramente staranno per andare in overdose: lavate  subito l’apparato radicale (il terreno) con abbondante acqua (2-3 volte il volume del vaso) a cui avrete aggiunto una piccolissima dose di fertilizzante, meno di ¼ della dose normale.

Una fertirrigazione di acqua e magnesio all’inizio della fioritura “rinfrescherà” le piante e permetterà loro di poter assorbire più potassio ed essere così più resistenti ad ogni problema. 

Come sono rapide nel crescere e maturare, le autofiorenti lo sono anche nel deteriorarsi: se una varietà normale con una lenta essiccazione ed una concia ulteriore (processo che può durare mesi) guadagna in gusto ed aromi, una autofiorente è meglio che sia rapidamente consumata, altrimenti perderà presto la sua fragranza ed il gusto tenderà con il tempo verso l’amaro. 

Mi sarebbe piaciuto mostrare alcuni campioni di analisi di cannabinoidi di autofiorenti, ma non riesco a trovare una cromatografia, e non mi posso spostare. Le ditte che le propongono non ci mostrano mai il contenuto almeno dei principali cannabinoidi (CBG, CBD, THC, CBN).

Il CBN, cannabinoide responsabile dell’effetto “stone”, narcotico e anestetico, prodotto della degradazione del THC, presente soprattutto negli hashish invecchiati o ricavati da piante lasciate seccare al sole, mai presente nella cannabis fresca, potrebbe essere presente in piccole quantità in questi strain. Faccio questa supposizione su basi empiriche, e mi piacerebbe poter capire il perché di un effetto piuttosto comune nelle autofiorenti: se usate in piccole quantità possono anche essere stimolanti, ma se usate più massicciamente e per tempi considerevoli in genere tendono ad appesantire e portare sonnolenza. Il CBN potrebbe anche formarsi più rapidamente che nelle altre varietà di cannabis, vista la rapida degradazione dei gusti e dei profumi di questi strains dopo la raccolta. Una ricerca di laboratorio potrebbe spiegare tanti dubbi. 

Nonostante gli indubbi vantaggi che offrono, le autofiorenti sono comunque piante di non facile coltivazione. Richiedono una attenzione maggiore e un dosaggio preciso dei lavori e dei fertilizzanti, sono discretamente sensibili a muffe e patogeni, hanno alte richieste di terreno e di nutrimenti, necessitano di una buona ventilazione e non sempre comunque rendono in maniera soddisfacente.

In compenso sono molto discrete nelle dimensioni (molte di loro non nell’odore: si formano molti terpeni volatili e spesso odorano più delle piante normali), si possono coltivare facilmente in ogni periodo dell’anno con una attenzione minore rispetto al fotoperiodo (ad es. d’inverno se davanti ad una finestra basterà accendere per poche ore una lampada fluorescente vicino alle piante). Se senza problemi durante lo sviluppo, queste piante garantiscono rese al metro quadrato simili o superiori alle consorelle grandi. E sono un’arma in più contro il proibizionismo!

Tags: Fertilizzanti
Edizione: Soft Secrets 2012 - 4
 
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